BARANA CONFIDENTIAL

MALESANI: IL VERONA
E' IL MIO BUCO NERO...

07/04/2018 23:13

Filosofia zen. Sorride con gli occhi, Alberto Malesani. Verdi intensi, brillano scacciando anche le cattiverie del mondo intorno: “Che vuole, contro quelle non ci si può far nulla”.

Malesani si tormenta la lunga barba, capello scapigliato, sguardo penetrante: “Mi hanno fatto del male. I social, i video del 'mollo' divenuti virali. Sono stato trasformato in un fenomeno da circo. Mi hanno pure scattato delle foto di nascosto in estate in ciabatte e bermuda, ma poi le hanno fatte girare in inverno, come se Malesani fosse diventato matto. Che poi è da sessant'anni che giro in pantaloni corti fino a novembre. Sono andato alla polizia postale, ma è stato inutile. E allora che fai? Che puoi fare? Accetti la cosa e te ne freghi”.

Malesani, 63 anni, sorseggia un caffè nel soggiorno della sua azienda vinicola di Trezzolano, in val Squaranto, sulle colline veronesi, dove produce il suo vino, la Giuva, acronimo dei nomi delle figlie Giulia e Valentina. Dietro di lui un'ampia vetrata. Il panorama è mozzafiato: “Quando il cielo è limpido da qui vedi il Baldo e il Carega. Ho comprato i primi terreni nel 2002. L'architetto che ha costruito era mio compagno di classe quando studiavo da geometra. Mi sono ispirato alle cantine di Bordeaux. Lì è nata la passione. Ero in trasferta con il Parma. Quarti di finale, l'anno della vittoria della Coppa Uefa. Era la vigilia e i giocatori erano in albergo, andai con una guida a fare un giro per le strade del vino. Pensi che fino allora ero astemio, bevevo solo Coca Cola”. Malesani ha un lampo di orgoglio: “Qui vengo a lavorare, sa non sono come quei personaggi che si fanno la cantina per moda ma poi il vino lo firmano e basta. Ma che soddisfazione c'è? Io seguo la campagna e poto la vite. Alla sera rincaso a San Michele e alla mattina risalgo. Amo Verona, questa è la mia terra, qui ho sempre voluto vivere. La città mi ha dato tanto e ora voglio restituirle qualcosa. Faccio 30 mila bottiglie, di recente ho acquistato altri campi e fra qualche anno arriveremo a 50 mila. Ma non andrò oltre. La terra e le colture vanno rispettate e poi la mia è una passione. Questa è un'azienda a conduzione familiare e tale deve restare. C'è un'etica, un ideale, il desiderio di valorizzare questo territorio considerato un po' il cugino povero della Valpolicella e la voglia di proporre qualcosa di qualità. Come quando allenavo...”

Al calcio ci pensa ancora, Malesani, una Coppa Uefa, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana in bacheca con il grande Parma di fine anni '90. Nel 1999 fu eletto terzo miglior allenatore d'Europa dietro a Ferguson e a Lobanovsky. Nel 97-98 fece sognare Firenze e nel quadriennio precedente lanciò il miracolo Chievo portandolo in serie B nel 1994, al suo primo anno da professionista. Nel 2001-02 lo spartiacque negativo della sua carriera: la maledetta e inopinata retrocessione di Piacenza con il Verona. “E' stato il mio più grande errore professionale decidere di allenarlo. Ma fu una scelta sentimentale...”. Da quattro anni Malesani non siede su una panchina e “non credo che allenerò più e non perché lo abbia deciso io. Il telefono non squilla, qualcuno mi evita e si nega pure. Pazienza, non sono mai stato uno che si propone e chiama...”.


Si è mai chiesto il motivo di tanta indifferenza?


Ho cercato di capire. Ho pure indagato attraverso qualche amico che ho ancora nel calcio. Quei video non aiutano, poi ho fatto delle scelte anch'io. Ho dato tanto del mio tempo e delle mie energie per avviare questa cantina e per seguire le mie figlie, così ho rifiutato delle proposte in serie B e all'estero. Credo di meritare la A e all'estero ci tornerei solo per una nazionale. Poi c'è mio carattere...


Il Malesani da sempre poco incline ai compromessi...


Ho attraversato il cambiamento del calcio. Una volta ti confrontavi con i direttori sportivi che ne masticavano. Oggi ci sono i presidenti che si sentono allenatori. A Udine fui licenziato dopo che Gino Pozzo venne in sala video e mi disse che la squadra era troppo alta di qua e troppo bassa di là. Gli risposi: “Sono io che devo dirle dove abbiamo sbagliato, non lei che deve dirlo a me”.


Era vicino alla nazionale albanese...


E anche a quella greca. Ma poi non si è concluso nulla. Sa, anche per arrivare in quei giri ci vogliono le sponde giuste. Io non le ho.


Maledette pubbliche relazioni...


Ci sono colleghi che hanno la rubrica piena. Chiamano di continuo i loro vecchi dirigenti, tengono i rapporti, s'infilano dappertutto. Io sono sempre stato uno semplice, non chiamo e non chiedo nulla. E va bene così.


Però la sua seconda parte di carriera è stata modesta...


Al Panathinaikos e al Bologna ho fatto grandi cose. In Grecia debuttai in Champions e feci due grandi annate (2004-06, ndr). Potevo rimanere, il presidente stravedeva per me, ma scelsi di tornare per la famiglia. Mi chiamò l'Udinese, ma lì feci un grosso sbaglio...


Con i Pozzo?


Dopo il Panathinaikos avevo deciso di prendermi un anno sabbatico. Trovai l'accordo con l'Udinese, ma per la stagione successiva. Ma poi la situazione a Udine precipitò, i Pozzo esonerarono Galeone e Allegri e mi chiamarono. Avrei dovuto dir di no e aspettare, dissi sì per paura di perdere la chance.


E si bruciò nonostante un decimo posto finale. Poi le delusioni di Empoli, Siena, Genoa, Palermo e Sassuolo, con il bell'inframmezzo di Bologna...


Al Genoa mi esonerarono dopo 21 punti in 14 partite e due turni di Coppa Italia superati. Devo ancora capire il perché. A Palermo dopo tre partite e tre pareggi. A Siena arrivai in una situazione disperata. A Empoli iniziammo bene, poi il calo, ma lanciai Giovinco. Ho pagato scelte affrettate, il mio istinto, la voglia di campo, il timore di essere estromesso dal giro. Anche se l'errore più grosso della mia vita professionale e che ha segnato probabilmente la mia carriera risale a molti anni prima...

Il Verona?


Non dovevo andarci. Venivo dall'esonero al Parma, ma poco male, ero reduce da un terribile incidente e quell'esonero ci stava. E poi a Parma si era chiuso un bellissimo ciclo. Ma ero ancora uno dei primi cinque allenatori del mondo e avrei dovuto aspettare un grande club. Invece firmai per il Verona. Qualche collega mi telefonò dicendomi: “Ma sei matto?”. Da veronese per me allenare l'Hellas era il massimo. Non sono mai stato un curvaiolo, ma mio padre da bambino mi portava al Bentegodi. Volevo condurre il Verona in Europa, altroché salvezza, e invece...

Fu serie B.


Unici nella storia a retrocedere a 39 punti. A gennaio eravamo in zona Uefa e mi voleva il Milan. Quello è il buco nero della mia carriera. Ma non mi faccia parlare di quella retrocessione. Dico solo che da veronese che vive qui mi sentii malissimo. Per questo scelsi di restare anche in B rinunciando a un milione di euro. Lei mi dica quale allenatore ha rinunciato a un milione. Ma è stato giusto così. Professionalmente mi conveniva andarmene e aspettare un'offerta, ma mi sentivo in debito e dovevo pareggiare i conti con la mia città. Qui vivevo e qui volevo continuare a vivere e il mio desiderio prioritario era poter girare a testa alta tra la mia gente. E che lo potessero fare anche le mie figlie. Emotivamente e moralmente oggi mi sento in pari, resta intatta l'amarezza sportiva.


Innovatore idolatrato negli anni '90. Reietto dimenticato oggi a 63 anni, un'età di piena maturità per un allenatore. La sua è una parabola estrema, lo sa?


Dipende tutto dai risultati. Noi allenatori siamo appesi a quelli. Negli anni '90 vincevo e dunque le mie stravaganze erano celebrate. Andavo in panchina in calzoni corti? Ero un figo. C'era bisogno del personaggio. Poi succede che fai qualche scelta sbagliata, i risultati non arrivano, la carriera ti cambia e allora il tuo modo di fare diventa un bersaglio, viene preso di mira, addirittura canzonato. Tu sei sempre quello, ma da idolo passi per bollito. Ma non mi interessa cosa pensa la gente. I più giovani mi conoscono per i video del web, ma c'ero io a Mosca ad alzare la Coppa Uefa e c'ero io a Monaco con Ferguson per le premiazioni dei migliori tecnici europei. Questo resta e solo io so cosa si prova. Non molto tempo fa mi ha chiamato Viscidi (coordinatore delle nazionali giovanili, ndr) per chiedermi di alcuni concetti tattici che teorizzavo e scrivevo nelle mie tesine 25 anni fa.


Allora era un'avanguardista...


Sa che le dico? Devo dire grazie alla Canon.


Si licenziò nel 1990 per la Primavera del Chievo...


Mi occupavo di logistica. Il presidente giapponese di Canon Italia ai corsi aziendali ci insegnava il metodo per raggiungere i risultati. Passione, altruismo, focus su un solo obiettivo, concretezza. A metà anni '80 la Canon ci mandò ad Amsterdam per un torneo di calcio aziendale. C'erano questi nostri colleghi olandesi con una pancia che non si poteva vedere. Be' giocavano a zona e ci misero sotto. Fu un'illuminazione, ancora prima di Sacchi...

Ma a 36 anni con due figlie come disse a sua moglie che lasciava il lavoro sicuro?


Mi feci fare una dichiarazione scritta da Luigi Campedelli nella quale prometteva che se mi fosse andata male con il calcio mi avrebbe trovato un posto in Paluani come quello che avevo in Canon. Allenavo la Beretti e facevo il vice di De Angelis, ci avevo pure rimesso come stipendio. Tornai a casa e la mostrai a mia moglie. E' ancora lì a casa...


Fu una follia ragionata...


Senza quella promessa probabilmente non avrei accettato. Ma Campedelli era un uomo intelligente, sapeva come girava il mondo. Mi disse: “Malesani il calcio è una brutta bestia”. In effetti i primi tempi furono difficili...


Non si trovava?


Venivo dalle aziende. Ero un alieno. Io avevo una concezione del calcio già manageriale, moderna, totale e intorno a me la mentalità era diversa, più chiusa e conservatrice. Chiesi alla società che mi desse un preparatore atletico, non le dico le facce...

Un altro mondo...


Oggi l'aspetto fantastico è la tecnologia. Con la telemetria vedi se un calciatore in allenamento s'impegna, il suo stato di forma, lo misuri in tutto e per tutto. Ma siamo indietro su altro. Un allenatore dovrebbe essere un manager, conoscere tutti gli aspetti del club, studiare perfino due-tre nozioni base di un bilancio. Invece il nostro è ancora un mondo settario, dove se non hai giocato a certi livelli difficilmente emergi come tecnico. Io, Sacchi, Zaccheroni e Sarri siamo eccezioni. Per dire, in serie D ci sono tantissimi allenatori più bravi di alcuni in categorie superiori. Bisogna aprirsi.


Dicono che voi zonisti avete sacrificato la fantasia individuale del calciatore sull'altare del collettivo...


Cazzate. La tattica e gli schemi non servono a nulla se poi non metti i giocatori nei ruoli giusti. Guardi qui (Malesani apre una fascicolo datato aprile 1993, ndr): questa fu la relazione che consegnai a Luigi Campedelli quando mi propose di allenare la prima squadra. Vede, andavo ad analizzare la giusta posizione per ogni giocatore della rosa. Eppoi non era questione di zona o non zona, ma di metodo e organizzazione. Io sono sempre stato uno con la fissa della didattica...

Negli anni '90 a Veronello venivano giovani allenatori da tutta Italia a prendere appunti...


Sono così anche oggi con il vino. Lo ha visto anche lei. Chi viene qui a trovarmi lo porto in giro per la cantina e gli spiego nel dettaglio i processi produttivi. Il vino è come il calcio: c'è filosofia e metodo. E' vietato il pressapochismo.


Parla tanto di Campedelli padre. Con Luca ha fatto pace?


Sì. Litigammo di brutto quando lasciai il Chievo, ma la sua fu una rabbia che nasceva dall'amore. Mi voleva bene e gli dispiacque vedermi andar via.

Chi è il più forte che ha allenato?


Ce ne sono tanti. La mia squadra ideale avrebbe Buffon in porta, Cannavaro e Thuram difensori centrali, Veron, Boghossian e Rui Costa in mezzo al campo e Batistuta e Crespo davanti.

Buffon e Batistuta la ringraziano ancora...


Con Gigi ci scambiamo sempre gli auguri. Spero che il calcio italiano non disperda un patrimonio del genere. Con Batistuta c'era un legame speciale, da quando è tornato in Argentina non lo sento più. Ma è anche colpa mia, non sono uno di quelli che chiama i suoi ex giocatori. Però mi hanno fatto piacere le parole di Cannavaro, che di recente mi ha pubblicamente ringraziato.


Lei a chi deve dire grazie?


A mio padre. Mi ha fatto appassionare al calcio e dopo, indirettamente, anche al vino. Sto preparando un Amarone Riserva 2015. Poche bottiglie, novecento. Saranno in commercio nel 2021 con il suo nome, Aristide.


C'è un avversario che la faceva ammattire?


Con il Panathinaikos ho battezzato l'esordio in Champions di Messi. Direi lui e Ronaldo, quello dell'Inter. Grandissimi.


L'allenatore che ammira?


Allegri. Un fenomeno. Non sarà uno che cura maniacalmente la tattica, ma è il più bravo a mettere i giocatori al posto giusto.


Uno così servirebbe alla Nazionale non crede?


Ventura è un ottimo tecnico, ma non aveva esperienza internazionale e di gestione di campioni. Alla nazionale serve innanzitutto un selezionatore, con grande carisma, conoscenza del calcio mondiale e motivazioni. Un vincente. Inutile star qui a menarla con le supercazzole sul “futuro” e “il potenziale da sviluppare”. Chi allena l'Italia sa che deve vincere. Ancelotti e Mancini? Sono i nomi giusti. Io credo che la Federazione proverà fino all'ultimo a convincere Ancelotti.


A Parma ha mancato lo scudetto. Rimpianti?


Sappiamo che sistema c'era allora. Poi con Calciopoli è emerso. Ma quella Juve era più forte, avrebbe vinto lo stesso.


Ma se la richiamasse il Verona, anche in B, cosa direbbe?


Qui mi mette in difficoltà. Il Verona è il Verona, al di là della categoria. E' mio padre. E' la mia infanzia. E' quella retrocessione maledetta. Se ho fatto pari emotivamente e moralmente restando anche dopo Piacenza, sportivamente il tormento rimane...


E' un cerchio da chiudere...


E' come se ci fosse qualcosa lì in sospeso da anni. E' il mio buco nero.

FRANCESCO BARANA


 
  • Pagine:
  • 1
  • 2
  • Fabiushv

    il 09/04/2018 alle 23:28 “Malesani Spettacolo”
    Bravo Alberto, io lo stimo moltissimo sia come allenatore che come persona, semplice pulita e gran lavoratore!!!!
     
  • Luchinho87

    il 09/04/2018 alle 17:14 “Che Bella Questa Rubrica”
    Non sopporto il Barana personaggio televisivo e blogger che usa termini da Crusca per parlare del Verona. Pecca di spocchiosità. Barana Confidential però è tutta un altra cosa, non vedo l'ora che esca un nuovo appuntamento per leggerlo con gusto fino alla fine, a volte vado anche indietro a rileggere le vecchie interviste, proprio belle e fatte bene, divertenti e dettagliate. Complimenti Barana.
     
  • Rino

    il 08/04/2018 alle 19:35 “Bel Calcio”
    Con Malesani abbiamo visto bel calcio, potevamo giocarcela con tutte le squadre, centomila anni luce di differenza rispetto al gioco che ci fanno ingoiare oggi. E poi lo sanno tutti che quell'anno l'Hellas retrocesse per ben altri motivi, forse più d'uno, ma di certo non a causa di Malesani che era un ottimo allenatore. E credo lo sia ancora. Se sostituisse Pecchia farei da Verona a Santiago a piedi!
     
  • Mir/=\ko

    il 08/04/2018 alle 18:39 “Cos'è???”
    ... un suggerimento????
     
  • Alessandro

    il 08/04/2018 alle 17:53 “Presuntuoso”
    malesani presuntuoso e coresponsabile della vergogna 2002
     
  • Hydro

    il 08/04/2018 alle 15:54 “Caro Cighialone”
    perche bisognava festeggere una di quelle partite che restano nella storia dell'hellas, come rimarra quella prima di coppa di quest'anno.
     
  • Paolo Pozzerle

    il 08/04/2018 alle 15:50 “Vittima Di Pastorello”
    ...
     
  • Maurizio

    il 08/04/2018 alle 12:03 “Cinghiale Bianco”
    ... per al cuore .... non si comanda. E il suo è gialloblu e non biancoazzurro!
     
  • Cinghiale Bianco

    il 08/04/2018 alle 11:41 “Una Domanda”
    il perché di quella sceneggiata da guitto sotto la curva al termine del primo derby
     
  • Alkwor

    il 08/04/2018 alle 11:18 “Tutti”
    Quelli coinvolti in quella retrocessione rispondono sempre che non sanno o non ne vogliono parlare, anche dopo 15 anni. Mah.
     
INFORMAZIONE SULL'UTILIZZO DEI COOKIE PER QUESTO SITO. L'utilizzo dei cookies è finalizzato a rendere migliore l'esperienza di navigazione sul nostro sito. Se continui senza cambiare le tue impostazioni, accetterai di ricevere i cookies dal sito che stai visitando. In ogni momento potrai cambiare le tue impostazioni relative ai cookies: in caso le impostazioni venissero modificate, non garantiamo il corretto funzionamento del nostro sito. Alcune funzioni del sito potrebbero essere perse, non riuscendo più a visitare alcuni siti web. Per saperne di più, leggi l'informativa completa qui
ACCETTA