BARANA INTERVISTA

BARANA INTERVISTA
MASSIMO BUBOLA

06/08/2017 08:50

“Io e Fabrizio guardavamo partorire le vacche e la domenica pomeriggio sul divano di casa sua in Sardegna ascoltavamo 'Tutto il calcio minuto per minuto', lui genoano, io del Verona. Quando andavamo a pesci grossi lui non pescava senza il suo basco blu con il pon pon rosso, era il suo amuleto”.

Massimo Bubola, 63 anni, cantautore, musicista, produttore, poeta, scrittore e traduttore di libri e canzoni (è il traduttore dell'opera "Patti Smith complete"), nato a Terrazzo ma cresciuto a Verona in borgo Venezia, nei suoi dischi mescola da sempre la letteratura con il rock e ha influenzato con la sua poetica e la sua musica Fabrizio De Andrè, di cui è stato a lungo co-autore (negli album “Rimini”, “Una storia sbagliata” e “Fabrizio De Andrè” detto "L'indiano" e nella canzone “Don Raffaé”) e amico: “Passavamo intere giornate insieme nella sua azienda agricola in Sardegna seguendo il principio ora et labora, dedizione intellettuale e lavoro fisico, lì studiavamo, scrivevamo e componevamo, ma facevamo anche i pastori, gli allevatori, gli agricoltori e i contadini”. Per Bubola un ritorno alle origini: “Mio nonno era contadino e mi portava nei campi, mio padre maestro e mia madre commerciante. Sono un po' aristocratico per indole e per il rapporto lungo e poco redditizio con la letteratura, ma del popolo per estrazione familiare, altrimenti non potrebbe piacermi il calcio. Infatti come diceva Brera, che ho conosciuto, il calcio non è per gli snob, ma per il popolo e l'aristocrazia, per i borghesi c'è il golf e il tennis”.

Bubola da oltre quarant’anni è tra i più apprezzati cantautori italiani. Ventuno gli album all’attivo e una carriera luminosa che l’ha visto scrivere e comporre per - oltre a Faber - Fiorella Mannoia (“Il cielo d'Irlanda”), Luciano Ligabue, Lucio Dalla, Roberto Vecchioni, Mia Martini, Roberto Murolo, Massimo Ranieri, Loredana Bertè, Dori Ghezzi, Premiata Forneria Marconi (PFM), Mauro Pagani, Allan Taylor, Tosca, Shel Shapiro e, nelle sue digressioni musicali, Beppe Grillo. Ma a differenza dello snobismo di molti suoi colleghi che il calcio lo rigettano, o al limite lo associano alle grandi squadre, Bubola il pallone lo ama e tifa il Verona, per cui nel 1998 ha composto l'inno 'C'è del giallo e del blu': “Il Verona – dice – è una squadra dal grande fascino letterario”.


Detto da lei, che la letteratura e la poesia le ha studiate e messe in musica, è un'investitura.

Noi del Verona abbiamo la cultura degli outsider, dei perdenti, che dal punto di vista letterario sono molto più affascinanti. Perdenti però che spesso si sono presi soddisfazioni non da poco, lo scudetto ma non solo. Ma c'è dell'altro...


Dica.

Verona non è una piccola città, potrebbe non essere provinciale. Ma qua produciamo poca cultura e facciamo fatica ad amare e conoscere i nostri artisti. È un peccato perché gli artisti danno identità. Forse incide la mentalità contadina della nostra città – e lo dico avendo pure io origini contadine – così tutto quello che si alza dal campo di grano, come i papaveri alti, tende a essere livellato. In questo contesto, l'Hellas è la cosa meno provinciale di Verona , è una squadra tra le più antiche d'Italia, che ha un suo stile preciso e una grande tifoseria, anche molto ammirata, al di là di certe criminalizzazioni che ha subìto, qualcuna mi dispiace dirlo pure meritata, ma in altri casi c'era più fumo che arrosto e si è trattato di giudizi superficiali, basati solo su criteri snobistici e preconcetti. Giudizi in realtà dati senza approfondire e conoscere le tante persone straordinarie che si incontrano allo stadio. La nostra è una tifoseria dallo stile scozzese o anche irlandese ed è anche molto allegra e ironica, basta pensare a certe spassose canzoni o agli sfottò agli avversari, come applaudire quando si viene insultati.


A proposito di canzoni, il suo inno da anni allo stadio non suona più...

Me lo chiese Saverio Guette (storico responsabile del marketing deceduto nel 2009, ndr). Mi perdoni la poca umiltà, ma credo sia uno degli inni più significativi che si sono sentiti in uno stadio italiano. Come struttura, sintassi e sonorità è una ballata rock, non c'entra nulla con tanti altri inni italiani che sono per la gran parte pop. Molti artisti hanno scritto l'inno per la loro squadra, Liam e Noel Callagher per il City e Venditti per la Roma. 'Grazie Roma' i romanisti la cantano ancora oggi, prima e dopo la partita. Sono cose che uniscono.


Il calcio come senso di comunità, è un concetto che ricorre molto in lei...

Il Verona per me è un po' anche un fatto di identità culturale. Non sono un ascaro, ricorda gli ascari? Erano soldati eritrei reclutati dall'Italia coloniale fin da fine '800, combattevano per chi li colonizzava. Ecco per me chi viene da una piccola o media città e tifa una grande squadra è un po' ascaro, tifa per un colonizzatore. L'identità se non degenera non è una cosa negativa, anzi, ti può aiutare a prendere maggiore coscienza della storia e del percorso della tua gente. Sto ultimando un libro sulla 'Grande Guerra', una sorta di antologia, di Spoon River che verrà pubblicato nel centenario di Caporetto, il 24 ottobre 2017. Nel libro un ufficiale alto borghese dice a un soldato: “Non avevo idea di cosa foste voi del popolo, pensavo foste una banda di cialtroni, imbelli, di gente che non si applicava, invece ho scoperto gente seria, allegra, capace di grande generosità”. Ecco lo stadio permette al ricco, all'alto borghese, all'aristocratico di conoscere e frequentare il popolo. Lì per due ore si è tutti uguali, con la stessa passione e le stesse sofferenze. Prima e dopo la partita si va al bar e si fanno due battute assieme. Verona ne è un esempio significativo, anche per questo merita rispetto.


A cosa si riferisce?

Non mi è piaciuta qualche gaffe di Setti, se tu compri il Verona hai dei diritti ma anche dei doveri. Non ne conosci la storia? Preparati, studia. Ma è passata un po' in silenzio anche questa cosa, vedo molta piaggeria, molta acquiescenza. A me dispiace un po' il trattamento riservato a Roberto Puliero, che rappresenta 40 anni della nostra storia, figura carismatica e persona educata e mite. Un uomo colto e un artista di qualità, che ha portato e fatto conoscere il teatro a persone che altrimenti a teatro non sarebbero mai andate. Gli andrebbe data una medaglia al valore civile. Mi piaceva Martinelli, aveva una certa umanità, una persona bella ed emotiva, vicina al sentimento dei tifosi.


Chi era Fabrizio De Andrè?

Una persona semplice nei modi, nonostante provenisse dalla Genova alto borghese, vivesse in belle case con la servitù, eppure molto complessa nell'animo, molto travagliata, con una certa fatica di vivere. Avevamo anche tante passioni in comune, la botanica, gli animali, l'orto, il calcio, la pesca, oltre alla poesia naturalmente. Andavamo a pesca sulle Bocche di Bonifacio tra Sardegna e Corsica e lui non pescava senza il suo basco blu con il pon pon rosso. Gliel'aveva regalato un calciatore del Genoa, credo Pruzzo.


Come vi siete incontrati?

Lui notò il mio primo album “Nastro giallo”, del 1976, e mi volle con sé. Mi disse: “Tu scrivi in modo eccellente per essere così giovane”. Avevo poco più di vent'anni e per De Andrè - persona molto severa ed esigente e grande conoscitore, e cultore della canzone d'autore - ero versato per scrivere canzoni e per scrivere con lui. Dopo i suoi classici, 'Via del Campo', 'Bocca di Rosa', 'La guerra di Piero', il suo repertorio più eseguito e diffuso è forse quello che ha composto con me. Nei suoi album ho sempre firmato metà musiche e metà testi, la soddisfazione poi è stata che quei dischi sono stati tra i suoi più popolari e dopo 40 anni sono ancora molto suonati, anche dalle nuove generazioni. Io e Fabrizio ci rendevamo conto che una canzone, se l'avessimo fatta in modo diverso, avrebbe funzionato di più nell'immediato, ma avevamo un imperativo morale: metterci impegno per fare cose di grande qualità che durassero nel tempo al di là dei facili consensi.


Il vostro sodalizio nel 1981 si è interrotto, ma poi vi siete ritrovati nel 1990 per Don Raffaé.

Fabrizio mi vedeva come cantautore classico, ma a me quella strada interessava meno. Venivo dal rock, così feci un album rock e le strade si separarono, ma poi tornammo a lavorare assieme in Don Raffaè. Ispirati dalle commedie di Edoardo de Filippo, di cui io e Fabrizio eravamo appassionati, e dall'amore per la canzone napoletana. Questo ci terrei a sottolinearlo perché troppo spesso Verona viene additata come una città un po' razzista. Il resto lo fece una vacanza…


Racconti.

Ero alle Tremiti con amici veronesi. Pur essendo vicini alle coste della Puglia la gente del luogo parlava un dialetto napoletano ottocentesco, perché lì c'era stata una colonia penale borbonica, principalmente di prigionieri politici, perciò tutti portavano i cognomi degli antichi carcerieri, tra questi Cafiero. Lì nacque il famosissimo attacco del pezzo: “Io mi chiamo Pasquale Cafiero...”. Don Raffaé però è una canzone anche molto italiana, nelle strofe pari il carceriere si lamenta e in quelle dispari chiede favori al potente carcerato, poi finisce tutto a tarallucci e vino: " Ah che bello o' cafè...!". E' così l'Italia, ci si lamenta dei politici, ma tanti vanno con il cappello in mano a chiedere piaceri.


Rock e letteratura. I suoi riferimenti?

Bob Dylan in assoluto. L'anno scorso ha vinto il Nobel, ma noi cantautori l’abbiamo sempre saputo che la sua era grande letteratura. Assieme a lui i Rolling Stones, Mick Jagger è un fine poeta. Se leggi i suoi testi ci sono riferimenti culturali altissimi e costanti, soprattutto ai romantici inglesi Byron, Shelley e Keats. Poi due giganti: Lou Reed e Leonard Cohen.


Lei vive a Verona, a Grezzana, e presto porterà suo figlio di sette anni allo stadio. Un suo desiderio per Verona e il Verona?


La città deve ritornare a produrre cultura e non accontentarsi di vivere sulla sola lirica. Vorrei che l'Arena non si svilisse a refugium peccatorum; una volta veniva data a gente del calibro di Bob Dylan, Joni Mitchell, Neil Young, Van Morrison, ora ci suona tanta gente senza spessore. Sarò schietto, è una questione di direzione artistica, ma fino ad oggi alla nostra classe politica questo evidentemente non è mai interessato. Per il Verona invece vorrei maggiore capacità critica dell'ambiente e rispetto, conoscenza e una migliore valorizzazione della nostra storia e della nostra identità.


 
  • Nadia

    il 07/08/2017 alle 14:26 “Complimenti!!!!”
    Ad Entrambi!!! Versi le recie Setti e fatti un po' di cultura veronese!!! Ridacci Roberto Puliero ....pieno di Sè!!!!
     
  • Cerezo

    il 07/08/2017 alle 10:07 “Barana Confidential”
    Mal digerisco Barana, non riesco a sopportarlo ma questa serie di interviste sono veramente ben fatte. Complimenti, le leggo molto volentieri.
     
  • Tex

    il 07/08/2017 alle 03:41 “Grande Massimo”
    Bella intervista. Grande Massimo! sono Seba da NY con falso nome. Ricordo con piacere le nostre collaborazioni ed amicizia
     
  • Mariino

    il 06/08/2017 alle 12:01 “Coinvolgente E”
    Bellissimo pezzo.complimenti a entrambi
     
  • Andrea

    il 06/08/2017 alle 10:45 “Chapeau”
    Questo è giornalismo!! Francesco..bravo bravo bravo!
     
  • Moreno

    il 06/08/2017 alle 10:21 “Bellissima”
    intervista.