BARANA CONFIDENTIAL - IL "MAESTRO" DI BASKET FRANCO MARCELLETTI

Insegno basket
buttando via i cellulari

01/07/2018 09:33

L'orologio con l'anima ora batte con nuove lancette: “Mi hanno operato alle corde vocali e alla tiroide e ho cambiato vita. Sa, non siamo eterni. A 58 anni avevo dato tutto e ho detto basta. Ora insegno ai ragazzini”.

Franco Marcelletti - 63 anni, casertano, il Bagnoli del basket veronese e uno dei più grandi coach della pallacanestro italiana - ha passato la vita a reinventarsi: “Sono sempre stato un ribelle, sebbene sia di estrazione piccolo-borghese, padre maresciallo della polizia stradale e madre impiegata al provveditorato. Mi sono laureato, ché sennò papà mi 'ammazzava' (Marcelletti ride, ndr), e a 25 anni insegnavo lingue, ma mollai proprio mentre stavo passando di ruolo. Già allenavo le giovanili della Phonola e mi serviva il pomeriggio libero, così scelsi il posto comodo al comune di Caserta, una mestizia e uno squallore che non ha idea. Volevo il basket e solo il basket. Non avevo una lira, ma conoscevo l'inglese, così per aggiornarmi mi abbonavo a riviste tecniche americane che allora in Italia non leggeva nessuno e mi facevo mandare i filmini super8 dell'Nba, che vedevo a casa di un mio amico che aveva il proiettore. Poi le furbate: m'infilavo di nascosto alla base Nato di Mondragone, entrando furtivamente dal retro grazie a un'amica, per assistere agli allenamenti dei coach americani ospiti; e in estate viaggiavo nei treni regionali facendomi ospitare in tenda nei campeggi delle località di mare dei tornei estivi...”.

Nel 1985 la svolta: “Caserta mi propose di fare il vice di Tanjevic. Avevo 30 anni, moglie e figli piccoli, ma non ci pensai un secondo e mi licenziai dal comune. Era l'occasione della vita, mi è andata bene, pensi se mi fosse andata male...”. Il resto è storia nostra: “Nel '92 accettai di scendere in A2 a Verona con un solo anno di contratto a cifre più basse rispetto a Caserta. Devo ringraziare mia moglie, tedesca, che mi ha sempre sostenuto e seguito. E il mio carattere: mi piacciono le sfide e oggi, guardi qua, c'è da realizzarne una nuova...”.

Marcelletti mi mostra la scrivania, le scartoffie, il pc: archivi, dati, documenti dei ragazzi del vivaio della Scaligera, che nella veste di responsabile del settore giovanile segue in tutto e per tutto tra il palazzetto e l'ufficio della sede di via Cristofori. Dopo aver chiuso a Veroli nel 2013 la carriera tra i professionisti (“trent'anni di serie A, 830 partite, sono il terzo in assoluto dopo Zorzi e Pancotto”) - impreziosita dall'epopea casertana (lo scudetto del 1991, una coppa Italia e la leggendaria finale di Coppa delle Coppe contro il Real Madrid di Petrovic), dal biennio con l'Olimpia Milano e dal grande ciclo tra il '92 e '96 con la Scaligera Basket - Marcelletti oggi ha un obiettivo: “Produrre giocatori veronesi per la Scaligera. Con un sogno: la foresteria, per diventare una calamita dei migliori talenti di tutta Italia”.


Il basket italiano non li produce più...


La sentenza Bosman ci ha affossato. Prenda la mia Verona degli anni '90. La proprietà del cartellino ci dava ossigeno economico e stimoli per investire nei giovani. Bonora fu venduto a dieci miliardi, Frosini a tredici, Galanda a undici. Oggi questa possibilità non c'è più, così non c'è più l'interesse a creare giocatori italiani. E si comprano stranieri scarsi.


L'A1 ne è un ricettacolo...


Guardi la Milano dell'ultima stagione, costava l'ira di iddio e a giocare erano solo in due. In A1 è zeppo di stranieri mediocri e ingestibili. Non è un caso che i coach siano perlopiù giovani, quelli esperti non accettano determinate situazioni.


Lei, per esempio.


Fino all'anno scorso avevo offerte in A2, ma il gioco non valeva più la candela. Non voglio soffrire. Ho avuto una carriera soddisfacente e in molte società non ci sono più le condizioni per lavorare. La Verona dei Pedrollo, con uno sponsor come Tezenis, è un'eccezione nel sistema, non la regola. Il problema è che il basket si è impoverito...


Mancano i grandi proprietari di un tempo...


L'economia di oggi non è quella di vent'anni fa. Io ho lavorato con Giuseppe Vicenzi, Bepi Stefanel e Stefano Landi E mancano manager lungimiranti come i Fadini e i Piero Costa. Mancano dunque le società. Nell'ultima parte della mia carriera mi è capitato di lavorare in contesti dove l'unico a parlare inglese ero io, dove non c'erano professionisti, dove non sapevi se a dicembre i giocatori avrebbero preso lo stipendio. Si naviga a vista in Italia, come ai tempi dei Borboni, solo che il radar l'hanno inventato ancora ai tempi della seconda guerra mondiale. Forse non ce ne siamo accorti. Poi c'è un altro dramma...


Quale?


Ci sono troppe squadre. In A2 sono 32, ce ne vorrebbero la metà. Sono club non strutturati, non professionisti. La colpa è della federazione, che tiene in piedi questo sistema solo per avere i voti. Negli Stati Uniti, Paese da 325 milioni di abitanti, la NBA ha appena 30 squadre. Gli americani sono intelligenti, sanno che non possono offrire di più se vogliono mantenere un certo standard di qualità. Questo invece è un paese di localismi, ti detesti ad appena 20 chilometri di distanza e ogni paesino vuole avere la sua squadra.


La sua Scaligera venne definita “orologio con l'anima”...


Lo scrisse Luca Chiabotti della Gazzetta. Metafora calzante. Quella Scaligera giocava a memoria e che ti gasava per come lottava. L'ho sempre detto a ogni mio giocatore: “La gente va rispettata, guadagna dieci volte meno di voi e se alla domenica vede che non vi buttate sulla palla prima s'arrabbia e poi se ne va”. Per noi invece faceva la fila al botteghino. Tutti si passavano la palla. Pure Williams, che era un fenomeno, se era marcato non forzava, come nei quarti dei play off del '94 a Milano: a fil di sirena Henry, raddoppiato, smarca Gray che piazza la bomba. Quella squadra trasmetteva emozioni e vinceva. Batteva corazzate come la Virtus Bologna di Danilovic, la Milano prima di D'Antoni, Djordjevic, Riva e Sconocchini e poi di Tanjevic, Fucka e Bodiroga, la Pesaro di Magnifico e Costa, Treviso e Cantù.

Andrea Fadini mi ha detto: “Non eravamo solo una squadra, ma un fenomeno sociale”.


In quegli anni il Verona veleggiava anonimo in B, il Chievo era ancora in C. In quel momento eravamo noi lo sport a Verona.


Sempre Fadini le ha reso omaggio: “Marcelletti fu l'uomo chiave”.


Non sarei nemmeno dovuto arrivare. Giuseppe Vicenzi voleva confermare Guerreri, ma Fadini lo convinse: “Presidente, mi ascolti, quello lì è bravo coi giovani”.


E lei dopo Gentile ed Esposito a Caserta, a Verona svezzò Bonora, Frosini, Nobile e Galanda dando vita agli anni più memorabili...


Quando arrivai, Verona era appena retrocessa e la Glaxo, che si stava disimpegnando, aveva ridotto il budget. Non era più la Verona che poteva permettersi fuoriclasse come Dalipagic, Moretti, Morandotti, Scheone e Kempton. Dovevamo puntare sui giovani. Intendiamoci ragazzi fortissimi e che in parte - vedi Bonora e Frosini, pagati tre miliardi e mezzo l'anno prima - erano eredità ancora del vecchio corso. Pubblicamente tenevo il basso profilo, ma in cuor mio sapevo di allenare una grande squadra.


Per questo, lei che aveva già vinto tutto, scese in A2?


In realtà non sono io che scelsi Verona, ma è Verona che scelse me. Non avevo un agente e non mi sono mai venduto bene così, nonostante lo scudetto di Caserta, non avevo grandi offerte, se non all'estero. Ma accettai volentieri. Che potessimo fare grandi cose ci credevo più io che la società. Avevo Dalla Vecchia, scartato dalla Virtus Bologna. Mi accorsi che sotto canestro soffriva un po' fisicamente, ma che disponeva di un tiro da fuori micidiale per un ala grande. Così gli chiesi di giocare di più sul perimetro con licenza di tirare e iniziò a farci vincere le partite. C'era Savio, intelligentissimo, oggi uno come lui giocherebbe in Eurolega. C'era Bonora, uno che già a 19 anni era un veterano e faceva danzare la squadra. Poi Frosini, di cui mi dissero: “Ha problemi fisici”. Io invece pensai: “Questo è un super giocatore”. Ero abituato a pesare i giovani e non ho mai avuto paura di lanciarli, a differenza di molti miei colleghi che così si costruiscono l'alibi perfetto: “Se perdo è colpa del giocatore esperto o degli americani”. Ma se io vedo che l'americano sta forzando devo avere il coraggio di metterlo in panchina. Solo così sei credibile. Un coach è uno che guida, non uno che gestisce.


Su Williams in un primo momento era scettico...


E' vero. Era appena 1,88 ed esile. Ricordo che lo facevo picchiare da Savio e dai vecchi per vedere come reagiva e teneva il campo. In Italia si giocava in quel modo. Avevamo appena perso Crowder, che avevamo soffiato agli Utah Jazz in Nba. Pensi a com'era il basket italiano di allora: noi di A2 potevamo competere economicamente con la Nba per una certa fascia di giocatori, mentre oggi spesso non riusciamo a ingaggiare nemmeno quelli che escono dal college.


Tornando a Williams...


Chiesi referenze a Mike D'Antoni, che era delle sue parti, ma non lo conosceva. Telefonai a Mike Davis, che era stato mio giocatore a Caserta, e me ne parlò senza entusiasmo. Invece Henry si rivelò un campione. Così tagliammo Crowder, che quando rientrò diede vita a duelli spettacolari con Williams in allenamento. Sa, erano tutti e due ragazzi giovani, senza un lira e si disputavano il posto di lavoro e la carriera. Williams non era solo un fuoriclasse, ma anche un combattente. Danilovic gli dava paga fisicamente, ma lui voleva marcarlo. Era anche un esempio morale e trainante per il gruppo. Non l'ho mai sentito una volta cercare una scusa. Un leader.


Sapeva della sua malattia?


(Marcelletti abbassa lo sguardo e si rattrista). Sì sapevo tutto. Un'ingiustizia della vita. Una cosa dura con cui ti devi confrontare. Andarsene ad appena 47 anni con moglie e figli, dopo una vita di sport e preghiera, dunque tutt'altro che dissoluta. La sua scomparsa mi ha fatto riflettere: la vita è un mistero e siamo solo di passaggio.


E' vero che in allenamento “massacrava” Galanda?


(Marcelletti torna a sorridere). Lui venne qui a 17 anni, talento sontuoso ma acerbo. Ed era un po' fighetto, di buona famiglia, uno che andava in barca col papà. Così lo facevo lavorare duro, perché ci era costato un sacco di soldi e Vicenzi si era svenato. Sentivo la responsabilità e gli stavo sotto perché sapevo che poteva diventare un fenomeno. Lo è diventato. Noi lo abbiamo costruito, lui è stato esemplare nell'etica del lavoro e lo porto spesso come esempio ai ragazzi d'oggi...


Immagino un Marcelletti severo...


Sono giusto. Mi aiuta essere stato insegnante. Dico ai miei: “Per prima cosa studiate”. Sembra retorica e invece è tutto: chi va bene a scuola spesso è anche il più bravo a basket.


Nella pallacanestro in effetti c'è un livello culturale superiore al calcio...


Non è un caso. Il basket, nel secondo dopo guerra, fu diffuso in Italia dagli americani che stavano nelle basi di occupazione. E si giocava nei circoli universitari, dove c'era la palestra. Inoltre è uno sport nel quale l'aspetto della comprensione e dell'attenzione è determinante. Il basket è meno istintivo del calcio, ha tanti postulati e fondamentali tattici. Chi ci gioca deve conoscere, ragionare e avere cultura, non può improvvisare.


Parlavamo dei suoi ragazzi...


Studio e lavoro duro in palestra, questo è il verbo. Solo così si diventa giocatori veri. Pretendo che imparino a prendersi delle responsabilità. So che in alcune società i ragazzi si allenano con il telefonino acceso, se lo fa uno dei miei lo caccio all'istante. Lo sport è vita. E servono rinunce: non diventi un professionista se perdi tempo con i videogiochi, ti fai le canne o ti ubriachi al sabato sera.


Il giocatore più forte che ha allenato?


Charles Shackleford a Caserta ed Henry Williams. Purtroppo ci hanno lasciato entrambi.


L'avversario che la faceva ammattire?


Eh tanti. Forse Toni Kukoc. Immarcabile. Ti trovavi davanti questo ragazzo da 2,05 che giocava da ala e tirava da fuori, penetrava, giocava sotto. Come facevi a fermarlo? A chi glielo davo? Se li portava a spasso tutti. Ma ancora più forte è stato Drazen Petrovic, che con Caserta ho incontrato due volte. In finale di Coppa delle Coppe col Real Madrid mi rifilò 62 punti. L'anno dopo sarebbe volato in Nba.


Erano gli anni della grande Jugoslavia unita campione del mondo e d'Europa...


Generazione di fenomeni: Petrovic, Kukoc, Radja, Divac e Zdovc. E Djordjevic e Danilovic ancora ragazzini. Una squadra sconvolgente. Ma anche l'Italia all'epoca non se la passava male, Sandro Gamba poteva scegliere tra quattro play come Brunamonti, Marzorati, Fantozzi e il mio Gentile. Oggi hai campioni come Belinelli e Gallinari, ma non hai un play vero, Hackett non lo è. Il punto è che non li creiamo più nei settori giovanili, non insegniamo ai ragazzi a portare la palla. Oggi abbiamo tanti tiratori e nessun play. Io se vedo un mio ragazzino che da play tira subito da tre lo cazzio e gli dico: “Prima impara a palleggiare e a dettare i tempi alla squadra, poi forse tira”. Prendi Bonora, non era un cecchino, ma era un genio.


Ci penserà il suo amico e maestro Tanjevic, responsabile tecnico della federazione?


Può dare un'impronta, ma se tu non gli offri la materia prima può fare poco. Cosa fa Cracco con i bastoncini di pesce? Un cazzo.


Lei ha una profonda cultura. Cosa legge?


Di tutto. Metterei obbligatorio nelle scuole “Il giovane Holden” di Salinger. Grande libro, educativo. Amo Camilleri, tutto. Adesso sto leggendo un saggio del sociologo Domenico De Masi: “Una semplice rivoluzione”. Analisi interessante e provocatoria su come dovrebbe cambiare il mondo del lavoro e lo stile di vita con la nuova economia.


Film?


Blade Runner. Poi tutti quelli del mio amico Toni Servillo, casertano come me. Ci conosciamo da ragazzi, quando non eravamo nessuno. Ho pure allenato suo fratello Peppe Servillo, il cantante degli Avion Travel.


E com'era?


Giocava male, lo tagliai subito, mi ringrazia ancora (Marcelletti ride).


Destra o sinistra?

Sinistra.


Lo sanno in pochi, ma lei ha cominciato come calciatore dilettantistico. Chi tifa?


Nessuno. Mi piace chi gioca bene, come il Napoli di Sarri degli ultimi anni. Da ragazzo ero tifoso del Milan di Rivera, ma con Berlusconi abbandonai. Comprava tutti i più forti e vincere facile non mi è mai piaciuto. Ricordo quel giocatore, Nando De Napoli, titolare nel Napoli e in Nazionale, che il Milan prese solo per toglierlo alle rivali e che non fece mai giocare. Mi fece incazzare quella storia: classico esempio di potere ottuso che mina lo sport.


Il suo quintetto ideale dei suoi anni a Verona?


Bonora, Williams, Gray, Frosini e Dalla Vecchia. Poi Boni e Galanda.


Tornerà il grande basket a Verona?


Oggi è più difficile rispetto agli anni '90. All'epoca c'erano altri soldi per il basket e meno offerta sportiva in città. Oggi ci sono tre squadre di calcio nei professionisti, il volley e ora anche il rugby. Perciò devi essere bravo a offrire un prodotto accattivante. Ma Pedrollo è abile, ha saputo far tornare la gente al palazzetto creando un pubblico nuovo, diverso da quello dei miei tempi. Per il salto decisivo serve aumentare il budget, costituendo attorno a un grande marchio come Tezenis un pool di sponsor. Infine – ed è la cosa più difficile – bisogna crescere nello scouting. Ma qui a Verona c'è tutto per riuscirci: proprietà, main sponsor e strutture. L'esempio è Trento.

FRANCESCO BARANA


 
  • Marco

    il 03/07/2018 alle 14:16
    Marcelletti persona di grande cultura. È un vero duro e fa molta fatica con i ragazzi di oggi ma è ancora un signor allenatore. Seconda intervista di basket per Barana. Meglio così. Il calcio (leggasi Hellas) è solo un ambito dove scaricare il suo livore perdendo la necessaria lucidità che serve per essere obiettivi.
     
  • Denis

    il 01/07/2018 alle 17:35 “Complimenti”
    complimenti Francesco per l'ennesima intervista di livello superiore.... E complimenti alla Scaligera Basket, per il coraggio e la voglia di portare avanti un progetto CREDIBILE ! Vincere e crescere di livello non sarà facile , ma stanno facendo di tutto per riuscirci, prendendo come modello di riferimento qualcosa di fattibile (Trento) e non utopie e barzellette calcistiche (Brorussia Dortmund - Crotone).
     
  • Andrea

    il 01/07/2018 alle 13:12 “.”
    Franco sei un grande!
     
  • Mario

    il 01/07/2018 alle 10:06 “Gran Bel Pezzo”
    Barana, effettivamente ci sa fare. E' un po' antipatico con le sue arie da saputello, ma effettivamente è bravo. Verona del basket ha fatto due miracoli: la coppa Italia vinta da squadra di A2, il coach era Bucci, e poi la vittoria sulla stella rossa Belgrado, in rimonta, vinta a casa loro.
     
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